1. L'evoluzione del liberalismo economico
Il liberalismo economico o liberismo ritiene che la libera iniziativa economica dell'individuo, non condizionata dallo Stato, sia la condizione per il funzionamento del mercato. La libera concorrenza e il libero scambio determinano l'aumento della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Il solo intervento dello Stato, riconosciuto come lecito, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato.
Nel dibattito economico del XVIII secolo la fisiocrazia ha esposto per prima questo concetto individuando nella "natura" la fonte di ogni ricchezza e condannando qualsiasi ingerenza da parte delle autorità, che ostacolasse o indirizzasse lo sviluppo economico del paese. Ai fisiocrati va riconosciuto il merito di aver superato l'idea mercantilistica che la ricchezza e il suo incremento siano dovuti allo scambio. In Inghilterra fu Adam Smith a sostenere nell'Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni la medesima teoria con la differenza che la ricchezza non è prodotta dal lavoro dei campi ma dall'attività industriale, che proprio in quel periodo conosceva il suo straordinario sviluppo.
La politica liberista ebbe il massimo sviluppo in Europa nel periodo 1850-1880, soprattutto ad opera dell'Inghilterra e continuò ad essere seguita fino alla prima guerra mondiale. In ambito dottrinale, dagli anni '70 dell'Ottocento, si ebbe il superamento dell'impostazione tradizionale dell'economia con la scuola marginalista o neoclassica. Essa criticò la concezione ricardiana di valore/lavoro, condivisa da Marx, secondo la quale il valore della merce era stabilito dalla quantità di lavoro socialmente utile per produrla; riprese la teoria della "mano invisibile" di Smith e la teoria edonistica di Bentham, ma sviluppò in tutt'altro modo l'indagine economica.
L'analisi economica doveva partire non dall'offerta ma dalla domanda, dal bisogno del compratore che sa valutare quanto dei suoi risparmi o del suo reddito va speso per l'acquisto delle merci. Il valore di una merce quindi è indicato nella sua "utilità marginale", cioè in relazione al suo grado o "margine" di utilità. In altri termini, il valore e l'utilità di una merce sono in relazione alle altre merci e ai bisogni degli uomini. Analogamente l'imprenditore è spinto a produrre una certa quantità di merce nella misura in cui consegue un "sufficiente margine" di guadagno. Questa analisi viene affrontata dai marginalisti in modo isolato e indipendente da considerazioni di altra natura, sia di ordine sociale, sia di ordine politico, come invece le precedenti teorie avevano sostenuto.
Tale sistema, ritenuto stabile e armonico, sarà oggetto di critica da parte di Keynes che propose descrizioni più ampie e dinamiche dei rapporti economici.
(Cfr. la mappa concettuale: Il liberalismo)
2. Introduzione alla crisi
Il crollo di Wall Street, il grande crollo, la crisi del 1929, sono tutte espressioni usate per indicare un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese. Ciò che rese unica questa crisi fu che la contrazione dell’attività economica fu in quegli anni così rapida e radicale come mai era accaduto. Quando la crisi esplose, nel 1929, la letteratura economica era assai ricca e si vantava di poter ricostruire le vicende delle varie crisi succedutesi nel tempo, nonché di poterne fornire spiegazioni logiche. Erano già state individuate e più o meno studiate le crisi del 1816, 1825, 1836-39, 1847, 1857, 1866, 1873, 1882-84, 1890-93, 1900-1903, 1907, 1911-13, 1920, 1924, 1926-1927. Si sapeva inoltre quali fattori del processo economico potevano essere ritenuti responsabili delle crisi: l'eccesso di risparmio (Malthus), l’insufficienza del consumo (Sismondi), il tasso d’interesse tenuto artificiosamente basso (Wicksell), e ancora: l’eccesso di impianti nelle industrie di beni strumentali rispetto a quelle di beni di consumo; l’eccesso di credito, etc. Si era consapevoli del peso dell’andamento dei raccolti, delle innovazioni tecnologiche e del credito il cui utilizzo era sempre in crescita (con l’esito di aumentare considerevolmente la violenza delle fluttuazioni). Infine l’aspetto monetario, le variazioni nel ritmo della produzione dell’oro... etc.
Pur nella natura variopinta delle crisi, vi era accordo sul fatto che queste, al di là della loro durata, risultavano sempre racchiuse tra un punto di svolta inferiore (o crisi) dopo il quale cominciava la contrazione dell'attività economica, e un punto di svolta superiore (o punto di ripresa).
Il ricco bagaglio letterario non aiutò i grandi economisti statunitensi (Irving Fischer, Charles E. Mitchell, Joseph S. Davis) a intuire negli indubbi segni di eccitazione che caratterizzarono l’economia americana del 1928-29 l’approssimarsi della grave crisi (non mancò però chi, come Roger Babson, annuncio un crollo catastrofico).
La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML). Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.
3. Le cause storico-politiche della crisi
Il crollo della borsa, piuttosto che la causa della crisi, fu il segnale della depressione. La crisi esplosa sul finire dell’ottobre 1929 aveva origini lontane, vi aveva concorso seriamente lo sconvolgimento che nelle relazioni economiche, monetarie, e finanziarie internazionali aveva prodotto la prima guerra mondiale.
Alle gravi perdite di vite umane e di ricchezza provocate dalla guerra (circa 10 ML di morti cui vanno aggiunti 20 ML di morti per la spagnola, 20 ML di feriti, tra cui moltissimi invalidi e pertanto inidonei al lavoro e circa 400 miliardi di dollari) si erano aggiunti:
1) il collasso politico dell’Impero asburgico, con il sorgere dalle sue ceneri di numerosi altri stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali;
2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali, nonché la nascita di altri Stati, come la Finlandia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia);
3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il fardello del riconoscimento dei debiti di guerra e del pagamento delle riparazioni.
L'Inghilterra. Oltre a impoverire vaste regioni dell’Europa orientale e dell'Europa centrale e a provocare elementi di disgregazione negli equilibri economici e nei rapporti commerciali internazionali, la guerra aveva anche frantumato l’equilibrio monetario raggiunto negli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Le monete della maggior parte degli Stati occidentali erano state assai vicine alla loro parità legale, e i valori interni delle singole monete erano stati solidamente legati all’oro (unità di misura internazionale). Durante la guerra gli Stati avevano ecceduto nelle emissioni di carta moneta ad eccezione degli Stati Uniti che riuscirono a mantenere inalterata la convertibilità in oro (Gold Standard) del dollaro. La misura del danno sofferto dalle altre monete emergeva dal loro cambio con il dollaro. Fino alla guerra la Gran Bretagna era stata il «banchiere del mondo» e la sua moneta - la sterlina - era stata il pilastro del sistema monetario internazionale (tutti i prodotti erano prezzati in sterline); era anche il principale centro assicurativo del mondo (i Lloyds di Londra); e, per l’imponente flotta mercantile di cui disponeva, era centro del mercato dei noli.
La Grande guerra non mutò d’un tratto questa situazione, ma le necessità della guerra avevano fatto trascurare l’aggiornamento tecnologico dell'apparato produttivo, privandolo di una parte della sua concorrenzialità. Al tempo stesso, impegnato com’era nella guerra, il Paese aveva anche trascurato parte dei mercati mondiali, lasciando maggiore spazio sia ad alcuni dei suoi Domini (India) sia a talune nazioni (Stati Uniti e il Giappone).
La fine della guerra trovò così l'Inghilterra indebolita sia sul piano produttivo che su quello finanziario e monetario; mentre gli Stati Uniti apparivano cresciuti economicamente e finanziariamente, e divenuti, da paese debitore, paese creditore dell’Europa. Si accendono cioè le luci sul mercato finanziario di New York. Il mercato di Londra, dal canto suo, andò lentamente perdendo forza, soprattutto nelle possibilità di credito, e finì addirittura per indebolire le sue riserve auree.
Già nel 1920 la sterlina era svalutata rispetto al dollaro del 22%. Ma allo scopo di non affievolire il prestigio della City l’Inghilterra, invece di riconoscere il mutato rapporto della sterlina col dollaro, e stabilizzare il valore della sterlina alla nuova parità determinatasi, adottò una politica deflazionistica che le permise di ripristinare nel 1925 il rapporto con il dollaro alla parità prebellica, segnando il ritorno alla convertibilità aurea, sia pure integrata dall’apporto di monete forti (Gold Exchange Standard). L’attuazione di questa politica deflazionistica, determinando una caduta dei prezzi interni e dei tassi di profitto e di interesse rispetto a quelli esteri, indebolì le esportazioni e favorì largamente le importazioni, contribuendo a precipitare l'economia britannica in una grave crisi, che non mancò di avere i suoi risvolti sociali, come attestano i gravi conflitti nel mondo del lavoro che culminarono nel lungo, estenuante sciopero dei minatori del 1926.
Stati Uniti. Del tutto diversa la condizione degli Stati Uniti. Con le sole eccezioni del 1924 e del 1927, gli USA registrarono un boom ininterrotto fino all’ottobre 1929. A stimolare l’economia americana furono molti fattori:
- l'espansione dell’industria edilizia e delle industrie da questa indotte;
- una serie di innovazioni, basate sullo sfruttamento di nuovi prodotti (l’automobile, grazie all’adozione di nuovi sistemi di produzione) e delle industrie collegate (petrolifere, della gomma, dell’acciaio, delle costruzioni stradali, dei trasporti stradali, ecc.);
- lo sviluppo dell'industria elettrica, la cui produzione raddoppiò tra il 1923 e il 1929;
- l’impulso notevole alla razionalizzazione dei processi produttivi, con l’adozione, nelle industrie dei prodotti di massa, di un’organizzazione scientifica del lavoro, o «taylorismo», mirante ad eliminare i tempi morti, e a ridurre al minimo i movimenti inutili (un esempio per tutti fu l'adozione della catena di montaggio da parte della Ford agli inizi del secolo).
Il reddito nazionale aumentò, fra il 1923 e il 1929, del 23% laddove la popolazione, in seguito alle leggi restrittive dell'immigrazione del 1921, aumentò solo del 9% e la forza di lavoro solo dell'11%. Questa maggiore disponibilità di capitali fece degli Stati Uniti il paese più prospero del mondo. E furono proprio queste abbondanti disponibilità che consentirono agli USA di concedere cospicui prestiti non solo all’Europa ma anche all’America latina, al Canada e ad alcuni paesi asiatici (si parla in tutto di quasi 30 miliardi di dollari). La maggior parte dei prestiti fu concessa ai paesi europei dopo che essi erano riusciti a domare l'inflazione che li avevano afflitti nel dopoguerra. Inflazione che era stata di tale ampiezza e gravità che si era dovuto provvedere a sostituire le monete esistenti, creandone delle altre, dopo aver assicurato loro congrue ed effettive garanzie (dalla corona allo scellino in Austria; dal marco al renten-mark in Germania; dal rublo al rublo-cervonetz in Russia).
Dato che il sistema monetario prebellico era ancorato all’oro si ritenne che bisognasse ritornare all’oro. E poiché era la moneta inglese il punto di riferimento delle altre monete europee, il fatto che essa puntasse a ripristinare il rapporto prebellico col dollaro non fu senza conseguenza per gli altri paesi occidentali. Anche se non si ebbe un vero e proprio ritorno al Gold Standard, ma si arrivò ad un Gold Exchange Standard, nel senso cioè che si equipararono all’oro le valute pregiate estere, il risultato non fu meno grave. Le riforme monetarie, mano mano che si succedevano creavano (o scoprivano) il vuoto nelle economie interessate. Così quando l’Inghilterra nel '25 tornò alla parità entrò in crisi; allo stesso modo, quando nel ’27 la lira si allineò alla sterlina ebbe inizio la crisi anche in Italia (cfr. A. Musco). Eppure fu dopo questa generale sistemazione delle monete europee svoltasi tra il 1925 e il 1927 che gli Stati Uniti intensificarono i loro prestiti ai vari Paesi europei. Nei soli anni 1925-1929, gli Stati Uniti prestarono all’estero circa tre miliardi di dollari. E a poco a poco una gran parte dell’oro del mondo si andò a concentrare a Fort Knox (che nel 1929 ha già il 38% dell’oro del mondo).
In Europa la Germania era stata il maggior beneficiario dei prestiti americani, e grazie a questi aveva potuto riprendersi rapidamente dal collasso del marco nel dopoguerra. Per fronteggiare le sue esigenze di sviluppo, la Germania aveva utilizzato molti dei prestiti americani a breve termine per investimenti a medio e a lungo termine, confidando che, dato il ritmo e l'intensità dello sviluppo dell'economia statunitense, questi prestiti non sarebbero stati rapidamente ritirati. E in quale migliore mercato investire se non proprio New York? Sempre più capitali a breve termine, l’hot money («moneta calda»), furono attratti pertanto dal boom della borsa di New York.
Ma l’aumento delle quotazioni alla borsa di New York non era collegato all’aumento dei dividendi delle azioni, cioè dei profitti delle corrispondenti società, bensì a un puro gioco di speculazioni. Dal momento che i prezzi crescevano appariva vantaggioso comprare per rivendere, senza preoccuparsi della bontà dei titoli. Per il possesso di questi titoli l’investitore piccolo come quello grosso ricorreva alle banche per ottenere i finanziamenti necessari al completamento dell’operazione. Fu così che tra il 1925 e il 1929 il numero dei valori scambiati raddoppiò (incurante dell’aumento del tasso di sconto del governo statunitense del 1924).
Nell’autunno del 1929 gli Stati Uniti, che tenevano in piedi e unito il sistema economico internazionale, cominciarono a richiamare drasticamente i capitali sottraendoli, quindi, alle attività in cui erano investiti. E la crisi si allargò a macchia d’olio.
4. Caratteri della crisi
La conseguenza diretta del crollo della borsa fu la caduta dei prezzi agricoli, delle materie prime e, poi (ma in misura minore), dei prodotti industriali e la rapida contrazione del commercio in tutto il mondo, il che non poteva non riflettersi negativamente sul potere d’acquisto degli strati produttivi di tutti i paesi. Il quadro degli effetti della crisi è desolante, seppur costellato di luci e ombre:
- i salari si ridussero ovunque, anche se la caduta dei prezzi delle derrate alimentari servì a contenere i danni per il livello dei consumi; tuttavia la riduzione dei salari non contribuì ad accrescere la produzione attraverso nuovi investimenti, ma si tradusse solo in riduzione di prezzi (cfr. Michal Kalecki);
- i profitti industriali si contennero, ma non vennero eliminati completamente, grazie al processo di rapida concentrazione industriale che si era sviluppato dal dopoguerra (cfr. Hermann Levy);
- altro fenomeno di rilievo nei paesi industriali colpiti dalla crisi, come la Gran Bretagna, dove il movimento sindacale era più solidamente organizzato, fu che i salari subirono minori riduzioni per la diminuzione del numero dei salariati occupati (fatto che già veniva evidenziandosi nel periodo precedente).
La crisi fu aggravata anche dalla politica economica seguita dagli Stati Uniti. Con le loro esportazioni di capitali, avevano contribuito a mantenere in equilibrio la bilancia internazionale dei pagamenti. Scoppiata la crisi, essi non accrebbero questa esportazione di capitali, anzi iniziarono il ritiro dall’estero dei capitali a breve termine. Il ritiro di questa «moneta calda», che già era cominciato nel 1928, si intensificò nel 1930 e nel 1931 e toccò gradualmente livelli mai registrati in passato.
Questa tendenza al ritiro dal mercato internazionale, specie europeo, fu rafforzata dalla politica doganale che gli Stati Uniti perseguirono. La tariffa doganale (la famosa Hawley-Smoot) che essi adottarono a partire dal giugno 1930, fu duramente protezionistica, e, quel che è più grave, costituì un pericoloso precedente.
Certo, a spingere molti paesi a scegliere la via dell’isolazionismo, o del nazionalismo economico, fu la stessa asprezza della crisi. Nei mesi che seguirono l’ottobre 1929, la produzione industriale andò rapidamente crollando in tutti i Paesi.
Fanno eccezione:
- l'URSS, che si era esclusa dall’economia mondiale (e che peraltro non poté evitare di subire, proprio a partire dal 1929, a causa della lotta ai contadini ricchi, kulaki, gravi e irreparabili danni in agricoltura);
- il Giappone, che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche;
- i paesi scandinavi, esportatori di particolari materie prime per le quali la domanda non subì riduzioni sensibili.
Oltre che borsistica, industriale, agricola e commerciale, la crisi fu presto anche bancaria. Il fatto che le industrie non producessero, e che quel che producevano dovesse essere venduto a prezzi bassi, con minori profitti, e che gli agricoltori, per la caduta dei prezzi agricoli, fossero costretti o ad abbandonare la terra, o ad accontentarsi di un guadagno minimo, ebbe notevoli conseguenze sul sistema bancario. Sia l’industria che l'agricoltura erano seriamente indebitate con le banche. Nel periodo di boom, che aveva preceduto lo scoppio della crisi, queste banche avevano ecceduto nei prestiti, confidando non solo in una restituzione regolare, ma anche nel fatto che i risparmiatori non avrebbero ritirato i loro depositi, ed anzi li avrebbero accresciuti.
La crisi mise in difficoltà molte banche. Compromesso dalla caduta delle vendite e dei prezzi, un numero crescente di imprese non fu in condizione di pagare i debiti alle scadenze, e intanto le banche erano premute dai loro depositanti che, spinti a loro volta da crescenti esigenze di liquidità, volevano la restituzione di tutto o parte delle somme depositate. Schiacciate tra l’incudine del mancato rientro dei prestiti e il martello dei depositanti che pretendevano la restituzione dei loro capitali, molte di queste banche furono costrette a chiudere i battenti trascinando nel fallimento altre banche collegate (e risparmiamo i numeri). Un esempio per tutti: nel dicembre 1930 fallì la Bank of the United States in New York city, che contava oltre 400.000 depositanti, ne fu danneggiato un terzo della popolazione di New York.
5. Primi rimedi e loro conseguenze
Di fronte al disastro la reazione dell’opinione pubblica statunitense fu varia (fatalismo, condanna del consumismo, affermazione della moralità calvinista contro il lassismo), mentre il mondo economico reagì sollecitando misure deflazionistiche atte a tutelare la moneta (quali la riduzione dei consumi privati e tagli severi alla spesa pubblica, anche a quella assistenziale). La reazione del presidente repubblicano, Herbert Hoover, non fu incisiva.
Da un lato:
- si oppose inizialmente a rigorose misure deflazionistiche;
- stimolando la spesa per opere pubbliche;
- facendo pressione sugli industriali perché non riducessero i salari;
- creò nel 1930 una Grain Stabilization Corporation e una Cotton Stabilization Corporation per sostenere i prezzi sia dei cereali che del cotone, in rapida caduta.
Dall’altro, però:
- si rifiutò di porre mano a un piano di pubblica assistenza (solo 5 dollari alla settimana per famiglia);
- preferendo fare affidamento sulla carità privata e sull’azione dei governi locali.
Molte famiglie, senza più assistenza finanziaria, impossibilitate a pagare i mutui fondiari, si videro addirittura espropriate della loro casa, mentre altre si trasferivano in località dove speravano di trovare lavoro. Emblematico al riguardo è il lungo viaggio che Joad e la sua famiglia compiono nel romanzo di Steinbeck, Furore, dall'Oklahoma alla California.
Sul piano internazionale, la crisi si manifestò con la contrazione del commercio (importazioni-esportazioni: da 68.606 milioni di dollari-oro nel 1929 a 24.175 nel 1933) che comportò, come prima conseguenza, l’adozione di dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri, soprattutto dei cereali con la conseguente caduta delle esportazioni cerealicole per i paesi più poveri (soprattutto dell’Europa dell’est). Negli Stati Uniti la citata tariffa Haweley-Smoot aumentò i dazi mediamente del 60%, ma spesso dell'80 e anche del 100%; in Inghilterra - campione per antonomasia del free trade - l’Import Duties Act, estesa a tutto l’impero nella Conferenza di Ottawa del 21 luglio 1932, comportò dazi anche superiori al 33%.
In un tale contesto la Società delle Nazioni non seppe fare altro che convocare una riunione paneuropea nel febbraio del 1930 per una sorta di tregua doganale mai attuata.
Resasi sempre più evidente l’impossibilità di un accordo internazionale in materia commerciale, cominciarono a manifestarsi tentativi di accordi limitati a due o più Stati. Così si ebbe nel 1930 una convenzione ad Oslo tra Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Belgio, per una più intensa cooperazione regionale. Nel marzo 1931 fu poi avanzata una proposta di unione doganale tra Austria e Germania (!) cui si oppose la Conferenza di Stresa.
Non solo queste soluzioni non sortirono alcun effetto, ma addirittura travalicarono l’ambito commerciale come nel caso dell’accordo austro-tedesco: la Francia infatti ritirò immediatamente, in forma sanzionatoria, quei prestiti a breve che aveva concesso alle banche tedesche contribuendo così a rendere insostenibile la situazione economica della Reichsbank che reagì nell’unico modo a lei concesso, rialzando il tasso di sconto e determinando quindi un’ulteriore restrizione del credito e l’ennesimo colpo all’attività economica.
Per avere un’idea della portata della crisi si veda la tabella seguente in cui, posta uguale a 100 la produzione industriale dell’ottobre 1929, si riporta la situazione nei vari paesi relative al 1932:
U.R.S.S. 183
Olanda 84
Francia 72
Polonia 63
Giappone 98
Regno Unito 84
Belgio 69
Canada 58
Norvegia 93
Romania 82
Italia 67
Stati Uniti 53
Svezia 89
Ungheria 82
Cecoslovacchia 64
Germania 53
La crisi commerciale non poteva quindi non ripercuotersi in crisi finanziaria prima e monetaria poi. Il fallimento delle maggiori banche europee (la Credit Anstalt di Vienna, la Dresdner Bank e la Darmstadter und National Bank) non poteva non ripercuotersi sul mercato di Londra che si vide richiamare tutti quei prestiti a breve di cui era campione senza però essere in grado di liquidarli in quanto quegli stessi capitali erano stati investiti a medio e lungo termine. La richiesta di una moratoria nel settembre del 1931 da parte della Banca d’Inghilterra e del Governo laburista comportò, da un lato, la sospensione dei pagamenti (con conseguente ulteriore crollo dei creditori) e dall’altro una considerevole svalutazione della sterlina (30,68% rispetto al dollaro e abbandono del Gold Standard) e la fine di un’epoca.
Il terremoto finanziario, attraverso il medio dell’impero commerciale inglese, coinvolse tutte le monete mondiali.
6. La disoccupazione
Non si dà crisi (borsistica o finanziaria, bancaria o monetaria, commerciale o industriale) che non scarichi a massa i suoi effetti. Secondo i dati della Società delle Nazioni, la disoccupazione superò nel 1932 i 25 milioni di unità cui bisognava aggiungere i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che, se non disoccupati, erano occupati quasi ovunque solo parzialmente. Maggiore fu quindi la disoccupazione in quelle nazioni dove la possibilità di lavoro-sfogo agricolo erano minori: 15 milioni negli Stati Uniti e 7 milioni in Germania - nazioni a forte tasso di industrializzazione. La Francia risentì in maniera nettamente inferiore del fenomeno disoccupazione per vari motivi contingenti (dopo la guerra fu meta di molti emigranti in cerca di lavoro che alle prime avvisaglie della crisi rimpatriarono; anche molti francesi abbandonarono le città rifugiandosi nelle fattorie agricole; ma la crisi in generale si manifestò in ritardo rispetto agli altri paesi – tanto che, come abbiamo visto, si era permessa ancora prestiti a breve nei confronti delle banche tedesche).
La disoccupazione fu aggravata dalle politiche deflazionistiche adottate per evitare conseguenze sul bilancio statale: riduzione degli stipendi, aumento della tassazione diretta anche sui salari, e drastica riduzione della spesa pubblica (si veda, per esempio, l'operato del governo Brüning in Germania). E dalla crisi sociale che ne seguì alla crisi politica il salto fu breve: è, infatti, al malcontento che essa suscitò che va attribuito il primo successo ottenuto da Hitler nelle elezioni del luglio 1932. Successo che si rinnovò e accrebbe nelle nuove elezioni del novembre, anche se, nel frattempo, a partire dagli inizi del settembre, il cosiddetto «piano di Von Papen» aveva cercato di imprimere numerosi stimoli alla domanda interna, e, con la riduzione del tasso di sconto al 4% e alcune agevolazioni creditizie, aveva favorito la ripresa industriale.
Ma ovunque la politica di contenimento della spessa pubblica e di salvaguardia del valore della moneta (promossa da Hoover) è da considerarsi una delle principali cause della ingente disoccupazione mondiale. Fu in questo quadro che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti del novembre portarono alla sconfitta di Hoover e alla vittoria di F. D. Roosevelt.
7. Il 1933: il New Deal, la ripresa e... Hitler
Il 1933 segnò una svolta importante nella crisi. Sintomi di ripresa si verificarono un po’ dovunque. La produzione industriale registrò valori più alti di quelli dell’anno precedente, e l’occupazione accennò in generale ad aumentare. Tuttavia, il 1933 fu caratterizzato soprattutto da altri fatti importanti.
Il primo è il definitivo fallimento di ogni tentativo di collaborazione internazionale. La Conferenza economica e monetaria mondiale, apertasi a Londra nel giugno 1933 dopo una lunga preparazione, sanzionò l'effettiva frantumazione del mercato mondiale. Scontratasi sul problema se bisognasse stabilizzare le varie monete e attuare nuovamente il «ritorno all’oro», come base del sistema monetario e delle transazioni internazionali, la Conferenza si chiuse con la deliberata svalutazione del dollaro (10%) fermamente perseguita da Roosevelt, da pochi mesi al potere, e l’ostinata difesa dell'oro da parte della Francia. Dalla Conferenza uscirono tre blocchi principali con differenti politiche economiche:
1) dell’area del dollaro (Roosevelt voleva usare la svalutazione per operare una diminuzione dei debiti interni e per accrescere il potere d’acquisto dei ceti agricoli, in modo che essi potessero intensificare gli acquisti di prodotti industriali, e quindi contribuire attivamente alla ripresa);
2) dell'area della sterlina (la Gran Bretagna affermava esplicitamente che la politica monetarla non doveva essere rivolta al mantenimento della stabilità dei cambi esteri, ma solo ad assicurare credito abbondante e a buon mercato);
3) del blocco aureo: Francia, Belgio, Italia, Svizzera, Paesi Bassi e Polonia (questi Paesi miravano a garantire la stabilità e solidità della moneta, perseguita attraverso l'equilibrio nel bilancio statale e nella bilancia dei pagamenti, anche a costo di attuare politiche deflazionistiche);
La «caduta» del dollaro costituisce, senza dubbio, il secondo dei fatti più importanti del 1933. Salito al potere, agli inizi dell’anno, Roosevelt si trovò a fronteggiare un grave peggioramento delle condizioni del sistema bancario statunitense. I fallimenti si moltiplicavano. Furono più del doppio di quelli dell’anno precedente. Di fronte all’ampiezza del fenomeno, Roosevelt si adoperò per l’approvazione dell'Emergency Banking Act e poi del Banking Act (20 marzo 1933), cambiando radicalmente la politica economica del suo predecessore. Grazie alla notevole svalutazione del dollaro cui fu autorizzato dal Congresso, stimolò la spesa pubblica, intraprendendo un vasto programma di opere pubbliche, e ponendo mano a quello che fu chiamato il New Deal, un complesso di misure volte, in particolar modo:
1) a sostenere gli agricoltori attraverso il controllo della produzione attuato anche attraverso la riduzione della superficie coltivata, e la concessione di sussidi,
2) a contenere e ad eliminare la speculazione,
3) a ridurre lo strapotere dei grandi gruppi finanziari.
Altro fatto del 1933, non meno importante, soprattutto per le conseguenze che avrebbe prodotto, fu l'ascesa di Hitler al potere in Germania. La crisi economica gli era stata, come si è accennato, decisamente favorevole. Le quattro elezioni che si svolsero tra il settembre 1930 e il marzo 1933 videro il numero dei suoi deputati crescere da 107 a 288, ossia dal 18% a circa il 54% dell’intero numero di seggi del Reichstag.
Si è detto anche che il 1933 segnò l’inizio della ripresa. Il fenomeno non fu contemporaneo in tutti i paesi. Per l’Italia, ad esempio, bisognò attendere il 1934; per il Belgio, il 1935; ecc. Negli anni seguenti, la produzione continuò a crescere, e con essa l’occupazione e gli investimenti. Questa fase di ripresa culminò nel 1937, facendo ritenere che si fosse di nuovo di fronte a un boom. Tuttavia, già sul finire di quell'anno, si poterono rilevare qua e là segni indubbi di recessione. E se questa recessione non si estese e non si aggravò, trasformandosi in una nuova drammatica crisi, questo avvenne perché il mondo aveva imboccato chiaramente la strada del riarmo e della guerra. Nell’estate del 1938, dopo l'annessione dell’Austria alla Germania, l’incontro di Monaco confermò l’ineluttabilità di quella svolta. L'anno successivo, sul finire dell’estate, scoppiava la seconda guerra mondiale.
L’intervento statale e la fine del liberismo. L’interventismo statale assunse in primo luogo la caratteristica di un aumento della spesa pubblica. La riduzione della spesa pubblica era stata uno dei punti fermi delle politiche deflazionistiche adottate nella prima fase della crisi. Ora, nell’ultima fase, in molti paesi si ritornò a privilegiare la spesa pubblica ma, ancora una volta, con notevoli differenza tra paese e paese.
Negli Stati Uniti ad esempio, più che di un aumento della spesa per investimenti, si trattò di un aumento della spesa corrente. A differenza del periodo pre-crisi, nell'ultima fase della crisi si registrò cioè una modificazione nella struttura della spesa pubblica. La spesa per investimenti fu, in termini di reddito nazionale, assai inferiore a quella che era stata negli anni 1923-1929. Ancora più importante: la spesa corrente per consumi precedette la spesa per investimenti. Sarebbe stato, in sostanza, l’accento posto sul consumo a generare, attraverso l’aumento della domanda, la ripresa industriale.
In Germania si verificò, al contrario, il caso opposto. Furono le spese per investimenti che prevalsero. Il Governo nazista privilegiò lavori pubblici ed armamenti e furono questi investimenti pubblici a sollecitare quelli privati, sui quali, per altro, lo Stato non mancò di esercitare rigorosi controlli. Tuttavia, il Governo di Hitler non tralasciò di concedere all'industria privata sussidi statali ed esenzioni tributarie per talune forme d’investimenti.
Altra forma assunta dall’interventismo statale fu la politica del danaro a buon mercato. Questo fu il caso soprattutto della Gran Bretagna e dell’Italia: nell’intento di ridurre l’onere degli interessi gravanti sul bilancio statale si perseguirono politiche di conversione del debito pubblico (consistenti nel porre i possessori di titoli del debito pubblico nella condizione o di accettare una diminuzione del tasso di interesse o di rassegnarsi alla restituzione del capitale prestato allo Stato).
Forma efficace di interventismo fu anche l’assistenza a favore di industrie particolarmente depresse, sia con finanziamenti agevolati sia con interventi rivolti a migliorarne l'organizzazione interna. Dovunque furono incoraggiate le industrie di esportazione, ma in taluni paesi (si veda il caso dell’Italia) l’intervento dello Stato raggiunse forme anche più dirette. In Italia, dopo la costituzione, nel 1931, dell'I.M.I. vi fu, nel gennaio 1933, quella dell'I.R.I. Con l'I.M.I. e soprattutto con l'I.R.I. si mirò, ad un tempo, da un lato allo smobilizzo finanziario e dall’altro alla riorganizzazione gestionale e produttiva del sistema industriale.
Inoltre si realizzarono in molti paesi politiche di controllo valutario, concretatesi in accordi commerciali bilaterali e in forme di clearings (forme di regolamento dei rapporti di scambio tra paesi fondate sulla compensazione delle reciproche posizioni creditorie e debitorie).
Queste politiche d’intervento non furono contemporanee in tutti i Paesi, e non dettero risultati positivi ovunque nello stesso periodo. Ritardi ed errori tecnici e politici si verificarono un po’ dappertutto. I paesi del blocco aureo, ad esempio, adottarono politiche inflazionistiche con ritardo rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Il Belgio vi aderì solo dopo una serie di rovesci bancari, conseguenti alla difficile situazione industriale. La Francia vi giunse solo nel 1936, quando, sull’onda del malcontento popolare per la crescente disoccupazione, salì al potere Léon Blum alla guida del così detto Fronte popolare. Ma i risultati che l’esperimento sortì, per le eccessive misure demagogiche adottate, furono assai inferiori all’attesa. La Francia non aveva le possibilità di recupero degli Stati Uniti, perché le sue risorse economiche erano minori. E questa realtà pesò sul destino del Fronte popolare, condannandolo al fallimento, e identificandolo con la finanza allegra e infeconda. L’Italia fece ricorso alle misure inflazionistiche solo nel corso del 1935-36, dopo i salassi valutari subiti durante la guerra d’Etiopia.
Ancora: in alcuni paesi, la ripresa industriale fu ottenuta a costo di gravi sacrifici per le popolazioni, con danno del progresso tecnologico industriale, grazie all’adozione di sistemi autarchici. Il che accrebbe l’isolamento di tali paesi e il frazionamento del mondo economico, fenomeno che non fu senza responsabilità nel processo che portò al secondo conflitto mondiale.
Complesse e varie furono, comunque, le strategie seguite dai vari paesi per superare la depressione, e, riducendo o eliminando la disoccupazione, assicurare speranze e benessere agli uomini. Le politiche adottate non furono, però, esenti da critiche e da riflessi negativi. Se il risultato fu la ripresa e la notevole contrazione della disoccupazione, deve anche dirsi che esse non rappresentarono la formula ansiosamente ricercata per assicurare occupazione e benessere permanente. Nel pieno della ripresa, si guardò ancora una volta alla guerra come allo strumento migliore e più efficace per il progresso civile dei popoli. E la guerra, purtroppo, venne!
8. L'interpretazione keynesiana
Che cosa aveva ridotto così drasticamente la produzione di beni e di servizi? Le risorse naturali degli USA erano ancora abbondanti. Il paese possedeva un eguale numero di fabbriche, di attrezzature e di macchine. Il popolo possedeva le stesse capacità lavorative e voleva dispiegarle nel lavoro. E tuttavia milioni di lavoratori, con le loro famiglie, mendicavano, prendevano a prestito, rubavano, facevano la fila per ottenere magre porzioni della carità pubblica, mentre migliaia di fabbriche rimanevano inattive o lavoravano ben al di sotto della propria capacità.
La spiegazione sta nelle istituzioni del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Le fabbriche avrebbero potuto essere aperte e gli uomini mantenuti al lavoro, ma non lo furono perché questo non avrebbe prodotto profitto. E, in un’economia capitalistica, le decisioni di produzione sono basate principalmente sul criterio del profitto e non sulle necessità della gente.
Il sistema economico capitalista parve essere sull’orlo di un completo collasso. Erano indispensabili provvedimenti drastici, ma prima di poter salvare il sistema era necessario comprendere meglio la malattia di questa depressione economica.
E questo compito fu assolto da uno fra i più brillanti economisti del secolo: John Maynard Keynes (1883-1946). Nel suo libro La teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, Keynes cercò di far capire che cosa era successo al capitalismo, al fine di permetterne la conservazione.
La depressione nasce dal fatto che una riduzione nel volume degli investimenti che possono accadere ciclicamente o accidentalmente in un’economia, quale ne sia il motivo, si riflette in una riduzione della produzione dei beni strumentali nei quali detti investimenti si concretizzano. Da qui una riduzione nell’occupazione e nei consumi dei gruppi di percettori di reddito interessati in tale produzione. In conseguenza, peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e con esse diminuisce ulteriormente l’incentivo ad investire.
Cadono così ulteriormente i consumi, attraverso una serie di reazione a catena per effetto delle quali la situazione, in fatto di occupazione, produzione, prezzi e profitti, tende a peggiorare per così dire da se stessa. In particolare, gli imprenditori non hanno convenienza ad utilizzare in nuovi investimenti il risparmio monetario accumulato dai percettori di reddito.
Il nodo della crisi risiede proprio in questa discordanza tra le decisioni dei percettori di reddito, che ritengono conveniente non consumare, ma che non investono direttamente il danaro risparmiato, e le decisioni degli imprenditori, che non ritengono conveniente utilizzare tale denaro per aumentare i loro investimenti e, quindi, la domanda di beni strumentali.
Si pensa quindi che lo Stato debba cercare di arrestare il processo, per così dire, di perdita di velocità, da cui è investito il sistema economico per effetto del circolo vizioso: riduzione di investimenti - riduzione di consumi - di nuovo riduzione degli investimenti e via di seguito.
Ciò può ottenersi essenzialmente attraverso una qualificata spesa pubblica addizionale, che, se effettuata tempestivamente e in misura adeguata, può invertire la tendenza e ricondurre il sistema verso posizioni di pieno impiego, pur mantenendo una situazione di prezzi stabili. Dopo di che l’intervento statale ha termine, salvo prodursi con altre modalità nella situazione opposta in cui un processo di espansione dia luogo a una domanda di fattori produttivi che ecceda quella che può essere soddisfatta ai prezzi correnti.
In conclusione il Keynes sostiene che l’intervento dello Stato deve essere limitato nel tempo e basato su un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure deve essere finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).
(Cfr. mappa concettuale: La crisi del 1929 )
Bibliografia
Luigi De Rosa, La crisi economica del 1929, Le Monnier, Firenze 1979.
giovedì 11 marzo 2010
Il Big Crash di Wall Street e il New Deal di Roosevelt
Gli anni Venti per gli Stati Uniti d'America furono anni di straordinario benessere: la produzione crebbe del 70%, tanto che il tenore di vita degli Americani migliorò notevolmente. Al punto che questi anni vennero detti anni ruggenti (roaring Twenties); la popolazione viveva nel lusso e nella serenità: ogni casa era dotata di frigorifero, di radio, di cucina economica. Ma questa ricchezza portò inevitabilmente con sé una corruzione dei costumi di vita, pertanto nel 1919 venne approvata una legge che proibiva il commercio e il consumo di qualunque bevanda alcolica. Erano gli anni del così detto proibizionismo la cui conseguenza fu il proliferare del mercato nero e del contrabbando tutto nelle mani dei gangster, nella maggioranza di origine italiana, figli e nipoti dei primi emigranti della fine del secolo precedente. Il proibizionismo non fece dunque che aumentare la corruzione e la delinquenza, tanto che la legge che vietava il commercio di bevande alcoliche venne abrogata nel 1933.
Dal punto di vista economico, però, sul finire degli anni Venti si avvertì un grave problema: la grande produzione di prodotti di vario genere non veniva facilmente smaltita sul mercato. Molti prodotti cioè restavano invenduti; prima quelli agricoli, poi quelli industriali. La situazione peggiorò nel 1929, quando le industrie rimaste con enormi quantitativi di merci invendute, si videro negare i prestiti dalle banche e gli azionisti piccoli e grandi delle industrie cominciarono e vendere le loro quote per non perdere gli utili investiti. Nel giro di pochi giorni, tra il 24 e il 28 ottobre del 1929, la corsa alla vendita delle azioni fece crollare la Borsa di New York, situata in Wall Street: era il cosiddetto Big Crash.
Ma in concreto cosa era accaduto?
Prima di tutto bisogna capire che un'industria, per vedere valutato sul mercato il prodotto che produce, vende delle quote dei propri utili sotto forma di titoli o azioni. Le azioni sono quotate in un mercato unico detto Borsa(*); il valore delle azioni sale o scende secondo il valore commerciale del prodotto. Un risparmiatore può comprare, direttamente dall'industria o attraverso le banche che a loro volta hanno prestato denaro alle industrie, un certo numero di azioni e quindi essere in un certo senso proprietario di una parte dell'industria stessa. Nel 1929, poiché le industrie erano rimaste senza introiti, non avendo venduto buona parte di ciò che da esse veniva prodotto, molti risparmiatori cominciarono a vendere le loro azioni, facendo perdere il valore dell'industria stessa. Questo improvviso disfarsi di azioni provocò il crollo della Borsa, il crollo cioè di questo grande mercato dove a un certo punto si vendeva soltanto ma nessuno comprava. La conseguenza fu la chiusura di centinaia di industrie piccole e grandi e la conseguente crescita spaventosa della disoccupazione. Operai e impiegati si ritrovarono senza lavoro, costretti a vendersi per le strade per qualunque occupazione, anche la più umile, ma nessuno poteva loro offrirne. Questo periodo nero per l'economia americana va sotto il nome di depressione economica: molte banche cominciarono a fallire e la produzione scese del 47%.
La crisi americana ebbe pesanti ripercussioni sui mercati internazionali, dal momento che gli Stati Uniti dopo il primo conflitto mondiale avevano prestato forti somme per pagare i debiti di guerra o per favorire la ripresa e la ricostruzione. Una prima misura di intervento presa dagli Stati Uniti consisté nel protezionismo ossia nell'applicazione di regole economiche atte a proteggere la produzione interna e a ridurre al massimo le importazioni: questo però impedì gli scambi commerciali e accrebbe la depressione.
La crisi durò fino al 1932, quando fu eletto presidente degli Stati Uniti il democratico Franklin Delano Roosevelt (1882 – 1945) che propose un piano di risanamento meglio conosciuto con il nome di New Deal (nuovo corso) che consisteva in un preciso intervento dello stato in favore delle condizioni di vita del cittadino. Circondato da un gruppo di esperti, il cosiddetto brain trust (l'accordo dei cervelli) Roosevelt riuscì a varare una serie di leggi e di iniziative per stimolare la ripresa produttiva. L'obiettivo consisteva nello svalutare il dollaro facendo crescere i prezzi: in questo modo crescevano le esportazioni e si stampavano molti più dollari con i quali si poteva risollevare l'economia interna americana. Inoltre il Presidente fece intraprendere tutta una serie di lavori finanziati dallo Stato ma di interesse pubblico, in modo da assorbire un numero elevato di operai e da limitare il numero dei disoccupati. I risultati non furono immediati, ma di sicuro i nuovi progetti di ripresa economica diffusero nuova fiducia tra la popolazione che, direttamente dalla voce del suo Presidente, diffusa attraverso la radio, poteva constatare il reale interessamento del loro Presidente. Una nuova idea era sorta con il New Deal: quella che lo Stato interveniva nell'economia al punto da risanarla se in difficoltà.
In sintesi si può affermare che il sistema di intervento economico proposto dall'amministrazione di Roosevelt ha segnato la nascita del Welfare State cioè dello Stato assistenziale che tende a garantire benessere e assistenza per tutti. Si trattava del riconoscimento da parte degli stati democratici del diritto di ogni cittadino ad avere un reddito minimo garantito, l'assistenza sanitaria, l'abitazione, l'istruzione ecc.
(*) Il termine Borsa pare risalga ad un'antica piazza della città di Bruges in Belgio dove sorgeva il palazzo della famiglia Van der Beurse, che aveva come stemma tre borse, presso il quale i mercanti italiani si riunivano per trattare gli affari.
Dal punto di vista economico, però, sul finire degli anni Venti si avvertì un grave problema: la grande produzione di prodotti di vario genere non veniva facilmente smaltita sul mercato. Molti prodotti cioè restavano invenduti; prima quelli agricoli, poi quelli industriali. La situazione peggiorò nel 1929, quando le industrie rimaste con enormi quantitativi di merci invendute, si videro negare i prestiti dalle banche e gli azionisti piccoli e grandi delle industrie cominciarono e vendere le loro quote per non perdere gli utili investiti. Nel giro di pochi giorni, tra il 24 e il 28 ottobre del 1929, la corsa alla vendita delle azioni fece crollare la Borsa di New York, situata in Wall Street: era il cosiddetto Big Crash.
Ma in concreto cosa era accaduto?
Prima di tutto bisogna capire che un'industria, per vedere valutato sul mercato il prodotto che produce, vende delle quote dei propri utili sotto forma di titoli o azioni. Le azioni sono quotate in un mercato unico detto Borsa(*); il valore delle azioni sale o scende secondo il valore commerciale del prodotto. Un risparmiatore può comprare, direttamente dall'industria o attraverso le banche che a loro volta hanno prestato denaro alle industrie, un certo numero di azioni e quindi essere in un certo senso proprietario di una parte dell'industria stessa. Nel 1929, poiché le industrie erano rimaste senza introiti, non avendo venduto buona parte di ciò che da esse veniva prodotto, molti risparmiatori cominciarono a vendere le loro azioni, facendo perdere il valore dell'industria stessa. Questo improvviso disfarsi di azioni provocò il crollo della Borsa, il crollo cioè di questo grande mercato dove a un certo punto si vendeva soltanto ma nessuno comprava. La conseguenza fu la chiusura di centinaia di industrie piccole e grandi e la conseguente crescita spaventosa della disoccupazione. Operai e impiegati si ritrovarono senza lavoro, costretti a vendersi per le strade per qualunque occupazione, anche la più umile, ma nessuno poteva loro offrirne. Questo periodo nero per l'economia americana va sotto il nome di depressione economica: molte banche cominciarono a fallire e la produzione scese del 47%.
La crisi americana ebbe pesanti ripercussioni sui mercati internazionali, dal momento che gli Stati Uniti dopo il primo conflitto mondiale avevano prestato forti somme per pagare i debiti di guerra o per favorire la ripresa e la ricostruzione. Una prima misura di intervento presa dagli Stati Uniti consisté nel protezionismo ossia nell'applicazione di regole economiche atte a proteggere la produzione interna e a ridurre al massimo le importazioni: questo però impedì gli scambi commerciali e accrebbe la depressione.
La crisi durò fino al 1932, quando fu eletto presidente degli Stati Uniti il democratico Franklin Delano Roosevelt (1882 – 1945) che propose un piano di risanamento meglio conosciuto con il nome di New Deal (nuovo corso) che consisteva in un preciso intervento dello stato in favore delle condizioni di vita del cittadino. Circondato da un gruppo di esperti, il cosiddetto brain trust (l'accordo dei cervelli) Roosevelt riuscì a varare una serie di leggi e di iniziative per stimolare la ripresa produttiva. L'obiettivo consisteva nello svalutare il dollaro facendo crescere i prezzi: in questo modo crescevano le esportazioni e si stampavano molti più dollari con i quali si poteva risollevare l'economia interna americana. Inoltre il Presidente fece intraprendere tutta una serie di lavori finanziati dallo Stato ma di interesse pubblico, in modo da assorbire un numero elevato di operai e da limitare il numero dei disoccupati. I risultati non furono immediati, ma di sicuro i nuovi progetti di ripresa economica diffusero nuova fiducia tra la popolazione che, direttamente dalla voce del suo Presidente, diffusa attraverso la radio, poteva constatare il reale interessamento del loro Presidente. Una nuova idea era sorta con il New Deal: quella che lo Stato interveniva nell'economia al punto da risanarla se in difficoltà.
In sintesi si può affermare che il sistema di intervento economico proposto dall'amministrazione di Roosevelt ha segnato la nascita del Welfare State cioè dello Stato assistenziale che tende a garantire benessere e assistenza per tutti. Si trattava del riconoscimento da parte degli stati democratici del diritto di ogni cittadino ad avere un reddito minimo garantito, l'assistenza sanitaria, l'abitazione, l'istruzione ecc.
(*) Il termine Borsa pare risalga ad un'antica piazza della città di Bruges in Belgio dove sorgeva il palazzo della famiglia Van der Beurse, che aveva come stemma tre borse, presso il quale i mercanti italiani si riunivano per trattare gli affari.
La Borsa italiana: cos'è e come funziona
La Borsa è un mercato fondato su regole precise in cui vengono scambiate determinate merci, che possiamo definire "strumenti finanziari". Le merci scambiate in Borsa sono soprattutto azioni, quote parte del capitale sociale di un'azienda, ma non solo. Rispetto al passato nella Borsa non vi è più nulla di fisico: il salone delle grida, gli agenti di cambio... sono un lontano ricordo e, ormai dal 1994, l'intero listino è informatizzato.
Da ciò deriva la possibiltà, ormai nota, del Trading online, uno strumento che consente di operare in borsa anche ai piccoli risparmiatori.
Solitamente, quando si parla di Borsa, si pensa immediatamente alle azioni, ma la Borsa è in realtà un mercato diversificato, dove sono trattati strumenti finanziari sempre più complessi. Proprio a causa di quest'ampia varietà di prodotti, si è reso necessario nel tempo ripartire la Borsa in più segmenti, secondo la logica di "un mercato per ogni tipologia di strumento finanziario". I mercati regolamentati operanti nel nostro paese sono diversi.
A seconda dei prodotti finanziari scambiati, la borsa si articola in comparti operativi: 1) Azionario (MTA - Mercato Telematico Azionario), in cui si scambiano i titoli azionari quotati in Borsa. A sua volta, questo mercato si suddivide in: a. Blue Chip, b. Star, c. Standard, d. MTA International, e. MTF (Mercato Telematico dei Fondi). 2) SEDEX , 3) After Hours (TAH), 4) MOT (Mercato Telematico dei Titoli di Stato e delle Obbligazioni), 5) Contratti a premio (MTR), relativi ad azioni, obbligazioni convertibili, warrant quotati e diritti di opzione, 6) IDEM (Italian Derivates Market).
Nuovo Mercato. È un mercato che si rivolge alle imprese dotate di maggiori contenuti innovativi e con alte prospettive di crescita. Permette inoltre di dare una forte visibilità europea alle imprese quotate, in quanto il Nuovo Mercato fa parte del circuito Euro.NM, alleanza di mercati azionari per le imprese innovative.
Mercato ristretto. È il mercato in cui vengono negoziate azioni, obbligazioni e warrant che non sono ammessi alle contrattazioni ufficiali di Borsa: tale mercato presenta infatti criteri di ammissione alle quotazioni meno severi rispetto al mercato principale, ma offre comunque all'investitore le stesse garanzie del mercato maggiore.
IDEM (Mercato Italiano dei Derivati). Nell'IDEM vengono trattati gli strumenti derivati come i contratti futures e i contratti di opzione aventi come attività sottostante strumenti come i tassi di interesse, valute...
Mercato dei blocchi. In esso troviamo pacchetti di azione, appunto "in blocco", ovvero con quantitativi così alti che la loro negoziazione sul mercato azionario principale provoca uno spostamento delle quotazioni (verso l'alto in caso di un grosso ordine di acquisto, verso il basso in caso di vendita): per evitare questa situazione è stato previsto di scambiare questi pacchetti in tale mercato.
Terzo Mercato. È un mercato non regolamentato. Le contrattazioni, infatti, avvengono "spontaneamente" in un locale presso Piazza Affari, dove gli intermediari si scambiano titoli non ancora quotati nel mercato regolamentato.
Le possibilità, per chi vuole investire parte dei propri risparmi in Borsa, sono divrse: 1) essere un investitore individuale e agire in piena autonomia (attraverso il trading, lo strumento più immediato e meno costoso; appoggiandosi alla propria banca); 2) scegliere la strada del risparmio gestito, affidandosi a un professionista dell'investimento (si possono sottoscrivere quote di un fondo o affidarsi a una gestione patrimoniale).
Da ciò deriva la possibiltà, ormai nota, del Trading online, uno strumento che consente di operare in borsa anche ai piccoli risparmiatori.
Solitamente, quando si parla di Borsa, si pensa immediatamente alle azioni, ma la Borsa è in realtà un mercato diversificato, dove sono trattati strumenti finanziari sempre più complessi. Proprio a causa di quest'ampia varietà di prodotti, si è reso necessario nel tempo ripartire la Borsa in più segmenti, secondo la logica di "un mercato per ogni tipologia di strumento finanziario". I mercati regolamentati operanti nel nostro paese sono diversi.
A seconda dei prodotti finanziari scambiati, la borsa si articola in comparti operativi: 1) Azionario (MTA - Mercato Telematico Azionario), in cui si scambiano i titoli azionari quotati in Borsa. A sua volta, questo mercato si suddivide in: a. Blue Chip, b. Star, c. Standard, d. MTA International, e. MTF (Mercato Telematico dei Fondi). 2) SEDEX , 3) After Hours (TAH), 4) MOT (Mercato Telematico dei Titoli di Stato e delle Obbligazioni), 5) Contratti a premio (MTR), relativi ad azioni, obbligazioni convertibili, warrant quotati e diritti di opzione, 6) IDEM (Italian Derivates Market).
Nuovo Mercato. È un mercato che si rivolge alle imprese dotate di maggiori contenuti innovativi e con alte prospettive di crescita. Permette inoltre di dare una forte visibilità europea alle imprese quotate, in quanto il Nuovo Mercato fa parte del circuito Euro.NM, alleanza di mercati azionari per le imprese innovative.
Mercato ristretto. È il mercato in cui vengono negoziate azioni, obbligazioni e warrant che non sono ammessi alle contrattazioni ufficiali di Borsa: tale mercato presenta infatti criteri di ammissione alle quotazioni meno severi rispetto al mercato principale, ma offre comunque all'investitore le stesse garanzie del mercato maggiore.
IDEM (Mercato Italiano dei Derivati). Nell'IDEM vengono trattati gli strumenti derivati come i contratti futures e i contratti di opzione aventi come attività sottostante strumenti come i tassi di interesse, valute...
Mercato dei blocchi. In esso troviamo pacchetti di azione, appunto "in blocco", ovvero con quantitativi così alti che la loro negoziazione sul mercato azionario principale provoca uno spostamento delle quotazioni (verso l'alto in caso di un grosso ordine di acquisto, verso il basso in caso di vendita): per evitare questa situazione è stato previsto di scambiare questi pacchetti in tale mercato.
Terzo Mercato. È un mercato non regolamentato. Le contrattazioni, infatti, avvengono "spontaneamente" in un locale presso Piazza Affari, dove gli intermediari si scambiano titoli non ancora quotati nel mercato regolamentato.
Le possibilità, per chi vuole investire parte dei propri risparmi in Borsa, sono divrse: 1) essere un investitore individuale e agire in piena autonomia (attraverso il trading, lo strumento più immediato e meno costoso; appoggiandosi alla propria banca); 2) scegliere la strada del risparmio gestito, affidandosi a un professionista dell'investimento (si possono sottoscrivere quote di un fondo o affidarsi a una gestione patrimoniale).
Informazioni sull'Autore
Simone Ricci per Soldoni.it, sito dedicata all'economia, alla finanza e alla borsa italiana.
Fonte: Article-Marketing.it
Come funziona la Borsa
Il singolo investitore non può acquistare o vendere strumenti finanziari direttamente in Borsa, ma deve appoggiarsi a un intermediario autorizzato. Può trattarsi indifferentemente di una banca o di una Società d’intermediazione mobiliare (Sim) o di un agente di cambio italiani, ovvero di una banca o di un’impresa di investimento comunitaria o extra-comunitaria (quest’ultima, però, soltanto se debitamente riconosciuta).
All’intermediario il cliente conferisce un ordine di acquisto o di vendita, indicando in particolare lo specifico strumento finanziario su cui deve essere eseguito, la quantità ed eventualmente il prezzo.
Ma in che modo gli intermediari eseguono gli ordini dati dai clienti?
Una volta, precisamente prima del 14 aprile 1994, essi venivano eseguiti a voce in una sala di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano, ovvero in una sala delle altre nove Borse italiane, presso le Camere di Commercio di altrettante città, dove a determinate ore del giorno si davano convegno gli agenti di cambio per dare esecuzione agli ordini ricevuti. La contrattazione avveniva “alle grida”, urlandosi cioè da una parte all’altra del recinto detto, appunto, delle grida la volontà di acquistare o vendere. I titoli in listino venivano chiamati uno alla volta (ecco perché questo metodo d’asta veniva denominato a chiamata) e sul singolo titolo gli agenti di Borsa si scambiavano a voce le singole proposte in vendita e in acquisto. Il prezzo al quale tutte sarebbero state eseguite era unico e precisamente quello medio calcolato dai funzionari di Borsa.
Ora, invece, non esistono più i locali di Borsa, ma un’unica grande rete telematica che connette i terminali degli operatori, i quali inseriscono le proposte di acquisto e di vendita nei propri computer direttamente dai loro uffici (le sale operative delle Sim, per esempio). La Borsa italiana pertanto non ha più un’estensione definita, potendo superare i confini nazionali. Nulla impedisce infatti che un operatore straniero inserisca la propria proposta dal suo ufficio all’estero (purché all’interno dell’Unione europea). Qualunque titolo può essere trattato in qualsiasi istante della seduta di Borsa: nel momento in cui il prezzo di vendita e il prezzo indicato nell’ordine di acquisto coincidono si realizza la negoziazione.
Con la negoziazione l’acquirente si può a ragione ritenere proprietario degli strumenti finanziari comprati e il venditore analogamente titolare del loro controvalore monetario (fatte salve le commissioni spettanti all’intermediario). Essi tuttavia non ne acquisiscono immediatamente il possesso: lo scambio effettivo di strumenti finanziari contro denaro avverrà successivamente e precisamente il giorno di liquidazione (l’acquirente può comunque disporre liberamente anche prima della liquidazione degli strumenti finanziari comprati: può decidere per esempio di rivenderli). Con la liquidazione si perfeziona infatti il passaggio delle attività scambiate. Sul conto corrente del venditore vengono accreditate le somme che costituiscono il corrispettivo dell’operazione, mentre sul conto titoli dell’acquirente vengono registrati i nuovi strumenti finanziari entrati nel suo portafoglio. Quando si dice che l’acquirente entra in possesso dei titoli comprati non si intende dire che ne acquisisca materialmente il controllo (li tenga fra le mani, sotto il materasso oppure depositati in cassetta di sicurezza), ma che il passaggio di proprietà verrà registrato in un conto particolare in cui egli risulterà possessore della quantità di titoli acquistati in Borsa.
Borsa
All’intermediario il cliente conferisce un ordine di acquisto o di vendita, indicando in particolare lo specifico strumento finanziario su cui deve essere eseguito, la quantità ed eventualmente il prezzo.
Ma in che modo gli intermediari eseguono gli ordini dati dai clienti?
Una volta, precisamente prima del 14 aprile 1994, essi venivano eseguiti a voce in una sala di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano, ovvero in una sala delle altre nove Borse italiane, presso le Camere di Commercio di altrettante città, dove a determinate ore del giorno si davano convegno gli agenti di cambio per dare esecuzione agli ordini ricevuti. La contrattazione avveniva “alle grida”, urlandosi cioè da una parte all’altra del recinto detto, appunto, delle grida la volontà di acquistare o vendere. I titoli in listino venivano chiamati uno alla volta (ecco perché questo metodo d’asta veniva denominato a chiamata) e sul singolo titolo gli agenti di Borsa si scambiavano a voce le singole proposte in vendita e in acquisto. Il prezzo al quale tutte sarebbero state eseguite era unico e precisamente quello medio calcolato dai funzionari di Borsa.
Ora, invece, non esistono più i locali di Borsa, ma un’unica grande rete telematica che connette i terminali degli operatori, i quali inseriscono le proposte di acquisto e di vendita nei propri computer direttamente dai loro uffici (le sale operative delle Sim, per esempio). La Borsa italiana pertanto non ha più un’estensione definita, potendo superare i confini nazionali. Nulla impedisce infatti che un operatore straniero inserisca la propria proposta dal suo ufficio all’estero (purché all’interno dell’Unione europea). Qualunque titolo può essere trattato in qualsiasi istante della seduta di Borsa: nel momento in cui il prezzo di vendita e il prezzo indicato nell’ordine di acquisto coincidono si realizza la negoziazione.
Con la negoziazione l’acquirente si può a ragione ritenere proprietario degli strumenti finanziari comprati e il venditore analogamente titolare del loro controvalore monetario (fatte salve le commissioni spettanti all’intermediario). Essi tuttavia non ne acquisiscono immediatamente il possesso: lo scambio effettivo di strumenti finanziari contro denaro avverrà successivamente e precisamente il giorno di liquidazione (l’acquirente può comunque disporre liberamente anche prima della liquidazione degli strumenti finanziari comprati: può decidere per esempio di rivenderli). Con la liquidazione si perfeziona infatti il passaggio delle attività scambiate. Sul conto corrente del venditore vengono accreditate le somme che costituiscono il corrispettivo dell’operazione, mentre sul conto titoli dell’acquirente vengono registrati i nuovi strumenti finanziari entrati nel suo portafoglio. Quando si dice che l’acquirente entra in possesso dei titoli comprati non si intende dire che ne acquisisca materialmente il controllo (li tenga fra le mani, sotto il materasso oppure depositati in cassetta di sicurezza), ma che il passaggio di proprietà verrà registrato in un conto particolare in cui egli risulterà possessore della quantità di titoli acquistati in Borsa.
Borsa
La borsa e gli indici di borsa
Cos’è la Borsa Già dal medio evo è documentata la presenza di mercati, organizzati in modo molto simile, concettualmente, alle nostre borse. In seguito anche fuori dal nostro continente si è sentita l’esigenza di dare vita a mercati organizzati e regolamentati, uno dei personaggi che entrato nella storia dei mercati e degli investimenti è Muneisha Homma, un mercante che in Giappone ‘700 inventò l’ormai famoso metodo delle candele giapponesi. All’inizio del ‘900 le borse sono regolarmente organizzate ed è proprio in questo periodo che nascono i miti dei grandi speculatori, personaggi avvolti da un’aura di leggenda, che hanno segnato la storia di Wall Street. Charles DOW è sicuramente il più importante fra questi, colui che è ormai comunemente ritenuto il padre dell’analisi tecnica ed in un certo senso il primo a cercare di razionalizzare lo studio dei mercati, poi, il leggendario Gann e tutti i vari personaggi che hanno fatto la storia della borsa. Mentre un tempo le contrattazioni avvenivano attraverso le famose "grida", attualmente gli scambi avvengono appoggiandosi a sistemi telematici ed a reti di computer (trading on line) che permettono così a trader e intermediari, la gestione delle transazioni direttamente dal proprio ufficio. Ma cos’è la borsa e soprattutto, come funziona? Siamo partiti da lontano proprio per far vedere come non stiamo parlando di una diavoleria, anzi, di una esigenza che l’uomo ha sentito da sempre. La borsa è un mercato proprio come il mercatino vicino casa, dove si va a contrattare il prezzo della verdura. Anzi, la borsa è il mercato per eccellenza, perché ciò che si scambia, sono pezzi di società che quotidianamente operano nel cuore dell’economia di un paese. I pezzi di una società sono le azioni che vengono continuamente scambiate. Come si stabilisce il prezzo? Il prezzo è dato da quanto il compratore è disposto ragionevolmente a spendere e da quanto il venditore è disposto ragionevolmente a vendere. In termini più tecnici, il prezzo nasce dalla mediazione continua fra domanda e offerta. Per questo motivo, la prima considerazione che dobbiamo fare è che nel momento in cui noi acquistiamo o vendiamo una sola azione, il prezzo a cui è avvenuta la transazione è il prezzo di mercato. Quindi, ricordiamolo sempre, i mercati non sono qualcosa al di fuori di noi, ma nel momento in cui facciamo una transazione, siamo diventati noi stessi parte attiva del mercato. La Borsa valori è quindi, un mercato organizzato, regolamentato e ufficiale, all’interno del quale avviene la negoziazione di valori mobiliari (quali azioni, obbligazioni e strumenti derivati come futures e opzioni) e valute estere ed il cui scopo è quello di agevolare l’incontro tra domanda e offerta di capitali. La Borsa valori è un organismo molto importante in quanto mezzo di collegamento tra le aziende che necessitano di risorse economiche per finanziare la propria attività produttiva e i soggetti che dispongono di capitali da investire. Essa è un mercato regolamentato, in quanto le operazioni di negoziazione e di scambio, le tipologie di contratti ammessi e gli operatori autorizzati sono opportunamente disciplinati. Ad occuparsi della gestione, dell’organizzazione e del corretto funzionamento della Borsa valori (e quindi del mercato borsistico e finanziario italiano) è una società privata chiamata Borsa Italiana s.p.a. Borsa Italiana s.p.a è nata nel 1997, in seguito alla privatizzazione dei mercati
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Come funziona la borsa
La Borsa è in generale un mercato regolamentato nel quale è possibile scambiare strumenti finanziari di varia tipologia:
- mercato azionario
- mercato obbligazionario
- mercato delle commodities
- mercato degli strumenti derivati
eccetera.
Esistono anche mercati non regolamentati i cosiddetti mercati otc (ovvero over the counter) nei quali si scambiano strumenti altamente strutturati (cioè molto personalizzati) e che hanno la caratteristica di essere poco liquidi .
Premesso questo, credo che a te interessi parlare del mercato azionario.
Il mercato azionario è un sistema che permette la contrattazione regolamentata di azioni di società quotate.
Come si quota una società?
Allora, innanzitutto si compilano una serie di documenti (che nell'insieme si chiamano "filing") e che si spediscono all'organo che gestisce la Borsa. Ad esempio il filing che richiederà Borsa Italiana comprende:
- il prospetto informativo (che è lo strumento che qualsiasi investitore che vuole comprare le azioni deve leggere per sapere cosa fa la società, in che mercato opera, l'andamento del business e una valutazione indicativa della società stessa)
- il qmat che è un documento interno che permetterà a Borsa Italiana di capire gli aspetti principali (strategici, di business ed economico finanziari della società)
Una volta che la società consegna questi documenti, Borsa Italiana può decidere se ammetterla o meno al processo di quotazione.
A quel punto subentrano i c.d. analisti finanziari che fanno una valutazione di quando può essere collocato il titolo in Borsa (la c.d. "forchetta" cioè un intervallo di prezzo). A partire da questo intervallo di prezzo si iniziano a collocare i titoli, cioè a venderli prima che inizino ad essere contrattati sul mercato (c.d. "mercato primario" e "mercato secondario"). Il primo giorno che vengono contrattati dal mercato è il mercato stesso che ne stabilisce il prezzo attraverso il meccanismo dell'acquisto e della vendita (più un titolo viene acquistato più aumenta il prezzo e viceversa se si verificano più vendite).
Poi il prezzo oltre che in base ai meccanismi di vendita ed acquisto varierà in base a fattori di tipo macro economico (ad esempio, se il prezzo dell'energia sale una società che distribuisce energia mostra un incremento del valore del proprio titolo) o in base a fattori relativi all'azienda (aspettative degli analisti, dati di bilancio, acquisizioni, ecc.)
Borsa Italiana si divide in diversi segmenti:
- Blue Chip (aziende che hanno un valore di mercato - capitalizzazione - pari ad almeno € 1 miliardo)
- Star (aziende che hanno un valore di mercato - capitalizzazione - inferiore a € 1 miliardo e superiore a € 40 mln e hanno certi requisiti di trasparenza, liquidità e di governance)
- Expandi (per le aziende di piccole dimensioni)
- Standard (per tutte le altre aziende)
Il vantaggio di un azienda a quotarsi in Borsa è sicuramente la possibilità di finanziarsi, perché i soci vendono al mercato una quota dell'azienda, che è il c.d. flottante.
Il vantaggio per un investitore a comprare un titolo in Borsa è:
- il prezzo efficientemente stabilito dal mercato
- la liquidità (e cioè puoi vendere o comprare il titolo in qualsiasi momento perché dall'altra parte troverai sempre un venditore / acquirente disponibile)
- mercato azionario
- mercato obbligazionario
- mercato delle commodities
- mercato degli strumenti derivati
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- il qmat che è un documento interno che permetterà a Borsa Italiana di capire gli aspetti principali (strategici, di business ed economico finanziari della società)
Una volta che la società consegna questi documenti, Borsa Italiana può decidere se ammetterla o meno al processo di quotazione.
A quel punto subentrano i c.d. analisti finanziari che fanno una valutazione di quando può essere collocato il titolo in Borsa (la c.d. "forchetta" cioè un intervallo di prezzo). A partire da questo intervallo di prezzo si iniziano a collocare i titoli, cioè a venderli prima che inizino ad essere contrattati sul mercato (c.d. "mercato primario" e "mercato secondario"). Il primo giorno che vengono contrattati dal mercato è il mercato stesso che ne stabilisce il prezzo attraverso il meccanismo dell'acquisto e della vendita (più un titolo viene acquistato più aumenta il prezzo e viceversa se si verificano più vendite).
Poi il prezzo oltre che in base ai meccanismi di vendita ed acquisto varierà in base a fattori di tipo macro economico (ad esempio, se il prezzo dell'energia sale una società che distribuisce energia mostra un incremento del valore del proprio titolo) o in base a fattori relativi all'azienda (aspettative degli analisti, dati di bilancio, acquisizioni, ecc.)
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Il vantaggio per un investitore a comprare un titolo in Borsa è:
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- la liquidità (e cioè puoi vendere o comprare il titolo in qualsiasi momento perché dall'altra parte troverai sempre un venditore / acquirente disponibile)
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